Nella mente del campione: Luigi Ferraris, la corsa.

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Chissà se nonno Pietro (Lussana) – vincitore di una maratona – quando decise di fondare l’Atletica La Torre (a Torre Boldone, Bergamo) immaginava che avrebbe avuto una discendenza di indiscutibile valore.
 
Luigi era molto competitivo fin da piccolo: adorava la corsa, voleva vincere sempre e, cosa non da poco, gli riusciva piuttosto facile farlo.
Almeno fino all’adolescenza, quando tutto era un gioco, anche l’allenamento.
 
Poi i risultati hanno cominciato a venir meno e sono aumentati – purtroppo – gli infortuni.
Alla facoltà di Scienze Motorie inizia finalmente a capire l’importanza di una corretta gestione dell’allenamento – anche grazie all’opportunità di mettersi al lavoro con atleti e allenatori di alto livello.
Torna così competitivo e si qualifica stabilmente nei primi 10 sulla distanza del 1500 metri, la sua preferita.
 
A fine studi, entra in Rosa e Associati di Brescia: sono praticamente tutti atleti kenioti, i più forti al mondo! Erano gli anni del mitico Nike Team (ne hanno fatto parte personaggi del calibro di Gianni Poli e Moses Tanui…) coordinato dal Prof. Gabriele Rosa un autentico innovatore per il mondo della corsa.
Gli atleti che venivano dal Kenia – dice Luigi – erano dediti completamente alla corsa. Mi hanno insegnato cosa vuol dire focalizzarsi su un unico obiettivo e fare di tutto per raggiungerlo. Avevano un’attitudine incredibile”!
E ancora: “sono rimasto colpito particolarmente dalle ragazze: alcune di loro erano già madri che avevano deciso di lasciare il loro bambino in Kenia per potersi dedicare a tempo pieno solo alla corsa. Quando ti sei privato di così tanto non trovi alibi”!
Questa la faccio diventare una massima: c’è tanto in così poche parole.
 
Grazie all’esempio (e che esempio oserei dire!) Luigi riesce sia a migliorarsi nella sua distanza preferita che a provare a misurarsi anche su altre distanze: 800, 1.500, 3.000, 5.000 metri su pista e 10.000 e mezza maratona su strada.
E’ stato sicuramente uno dei suoi periodi migliori, piazzandosi stabilmente come il primo dei non militari dal 2006 e fino al 2018.
 
A 28 anni decide di rientrare a Bergamo, in cerca di nuove sfide per se stesso.
Grazie all’esperienza maturata e a una nuova consapevolezza cambiano gli obiettivi, anzi aumentano: “l’intento era sempre quello di migliorarmi e di misurarmi con atleti da cui potessi imparare, avversari o compagni di squadra; ma volevo provare a battere i militari e soprattutto i dopati”! 
Qui gli occhi di Luigi s’infiammano proprio: si vede che non potrà mai accettare chi non rispetta le regole e gli avversari. Bravo Gigi, sono 100% d’accordo con te e sono sicuro che lo saranno anche i nostri lettori!
 
Alla soglia dei 30 anni un atleta inizia a guardarsi intorno, per capire se vale la pena andare ancora avanti; inoltre il rischio di infortunio è sempre dietro l’angolo, ma anche in questo caso è l’ approccio mentale che fa la differenza: “l’infortunio può essere un alibi per fermarsi o giustificare risultati non all’altezza, oppure può diventare una nuova motivazione per ricominciare e tornare migliori di prima”.
 
E’ un periodo anomalo per la carriera di Luigi: “mi ritiravo per circa il 50% delle gare a cui partecipavo. Sentivo che non stavo correndo come avrei voluto e per come mi ero preparato, quindi preferivo rinunciare. Se non stavo dando il 100% non ne valeva la pena”.
 
Decide così di rivolgersi a una psicologa dello sport che, grazie al dialogo, lo porta a spostare l’attenzione dall’età che avanza e al rischio di infortunarsi al miglioramento del linguaggio interiore.
Impara inoltre a leggere l’approccio mentale alla gara dei suoi avversari: il campionato non va gestito come una gara singola, le dinamiche sono differenti. 
Ma, soprattutto, diventa definitivamente consapevole che la vera gara è con se stesso: “corro per il tempo e non per la posizione”!
 
Ed è proprio grazie a queste nuove consapevolezze che Luigi si continua a togliere soddisfazioni; non solo: da qualche anno ha aperto “READY TO RUN”, che non è solo un negozio di abbigliamento “da chi corre per chi corre”, ma una vera e propria scuola di running, con numeri da primo della classe.
 
Ancora un paio di domande però ci tengo a fargliele, e Luigi da appassionato e con molto garbo accetta di fermarsi ancora un po’.
 
Cosa ne pensi dell’evoluzione della tecnologia nelle scarpe da running?
La tecnologia è di aiuto solo se orizzontale, cioè fruibile da tutti allo stesso modo. Deve essere un’arma democratica ma per ora è solo a beneficio di pochi. Inoltre bisognerà tener conto del fatto che anche le tecniche di allenamento dovranno essere modificate perché l’azione del piede cambia in funzione dell’appoggio e della reazione fornite dai nuovi materiali”.
Insomma, ci crede ma non troppo…
 
Ultima domanda: immagina di avere davanti a te dei giovani adolescenti che hanno intenzione di fare corsa o atletica a livello agonistico, che consigli daresti?
L’atletica è uno sport meraviglioso (anche se non c’è uno sport migliore di altri), per praticarlo devi amare la competizione e assumerti la responsabilità dei risultati che otterrai. Più che a livello fisico, la scelta deve essere mentale: contano l’attitudine e – perché no – anche i buoni consigli di chi l’ha già praticata”.
 
Caro Luigi, non potrei essere più d’accordo.
Doveva essere una chiacchierata di mezz’ora, ma dopo 90 minuti eravamo ancora lì e, ve l’assicuro, saremmo andati avanti ancora un bel po’.
 
Massimiliano
 

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