Il coraggio di ogni giorno: avere atteggiamento imprenditoriale.

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Sostengo da molto tempo che tutti dovremmo condividere l’ATTEGGIAMENTO dell’imprenditore, ogni giorno.

Come per il motto dello chef Gousteau di “Ratatouille” (chi non avesse visto questo bel film di animazione Disney non se lo faccia scappare): chiunque può cucinare sta a significare non tanto che tutti sono o debbano diventare chef, ma che chiunque decidesse di diventarlo può, col giusto impegno, applicazione e tenacia, arrivare a quel risultato – non importa quale sia la sua provenienza, età, cultura, eccetera…

Come nel film dicevo, così anche per l’imprenditorialità vale lo stesso identico discorso: l’opportunità è per tutti, o meglio, l’opportunità è per chiunque decida che è venuto il momento di coglierla.

Sono infatti convinto che si tratti di uno dei concetti più democratici che si possano affrontare nella vita di tutti i giorni, e la storia umana è piena di esempi più o meno eclatanti che stanno lì a dimostrarne la valenza.

Per aiutarti a capire da dove viene questa convinzione che pretendo di divulgare anche da questa pagina web, ti racconterò alcune esperienze professionali: non devo condividere il mio CV ma solo farti vedere da dove viene il mio punto di vista.

Lavoro dall’età di 17 anni, ho cominciato in un’agenzia ippica della periferia di Milano: ricevevo le scommesse sulle corse dei cavalli.

Fu grazie a uno dei compagni di squadra del basket che venni a sapere che cercavano ragazzi con molta voglia di fare e nessun problema a impegnarsi nei fine settimana e nei giorni festivi: la paga era decente, l’ambiente simpatico (ma quanto fumo passivo!). Accettai.

Per due anni e non senza trascurare un po’ lo studio, non conobbi un solo weekend né festività senza i coloriti personaggi che popolavano l’agenzia: ce n’erano di ogni genere, ma i miei preferiti erano quelli che chiamavamo i “simpatici incalliti”.

Giocatori al limite del patologico che in ogni corsa buttavano denaro, sogni, speranze, grida e parolacce davanti a uno schermo televisivo la cui trasmissione era un collegamento con uno dei molti ippodromi sparsi per l’Italia.

Pur trattandosi di un impegno saltuario, mi permise di pagare le mie prime vacanze da solo (15 giorni a Pietra Ligure con 5 amici: dormivamo in 3 letti a castello nel garage della zia di uno di noi. Fantastico!).

Quel primo “lavoretto” mi permise di ottenere insieme diversi risultati:

– mi pagai le vacanze

– mi pagai le prime rate dell’Università

– smisi di pesare sui miei genitori per i divertimenti

– vidi la mia autostima crescere, e di molto 

Nel mio successivo percorso professionale, ho lavorato con ruoli commerciali in aziende nei settori più diversi: franchising, HR, metalmeccanico, chimico e cartario.

Da qualche tempo ho iniziato a operare nel mondo del Coaching come professionista perché mi sono reso conto che i 25 anni trascorsi nelle aziende mi hanno consegnato un’esperienza utile da condividere.

Ricordo ancora molto bene quando il più importante fornitore di un’azienda con cui ho collaborato in passato, dopo aver trascorso con me un paio di giornate dedicate alla formazione tecnica, volle far notare al titolare come io mi fossi comportato “come se l’azienda fosse mia”.

Le mie esperienze sono state fondamentali per arrivare a questo punto e prendere le decisioni che sto prendendo: è stato un processo lungo, con ascese soddisfacenti e cadute molto dolorose.

In questo non penso di essere differente da molte altre persone, ciò che conta però è che quell’attitudine “come se l’azienda fosse mia” sia stata una costante del mio percorso professionale.

Prendiamo ora un concetto che mi è molto caro: “Lo scopo del business è produrre felicità, non accumulare denaro”.

Con questa espressione – che da sola vale molto più di quanto il suo creatore abbia poi generato – B.C. Forbes circa un secolo fa apriva il primo numero della rivista che ancora oggi porta il suo nome ed è un punto di riferimento assoluto nel mondo della finanza, degli investimenti e dell’imprenditorialità.

Quanto disse Mr Forbes per me corrisponde a una verità assoluta: che senso ha, in una società capitalistica come quella in cui viviamo, generare ricchezza per accumularla e basta?

La vita media di una persona, pur se in allungamento grazie alle sempre maggiori conoscenze in campo medico e non solo, è comunque infinitesima se paragonata alla vita della Terra.

Ma possiamo lasciare comunque un segno per le generazioni future.

La società capitalistica – che ci piaccia o no è quella in cui viviamo – si sviluppa solo in funzione del profitto ma, come è stato più volte detto da un’infinità di autori sia Italiani che esteri, stiamo assistendo a un fenomeno culturale di profondo cambiamento verso una società in cui la condivisione è uno degli elementi chiave di sviluppo e prosperità.

Produrre felicità quindi vuol dire cambiare completamente il paradigma, la prospettiva da cui si è vista la ricchezza (e tutto ciò che vi gira intorno) negli ultimi secoli della storia umana.

Cambiare paradigma vuol dire, per esempio, che è davvero ora di farla finita con la cultura del “studia, prendi buoni voti, cercati un lavoro e arriva alla pensione”.

Beninteso: non c’è assolutamente niente di male nello SCEGLIERE di essere clever a scuola per poi fare la vita del lavoratore dipendente.

Ma sarebbe anche ora di capire che c’è molto di più per ognuno: bisogna avere il coraggio di seguire il proprio istinto e sviluppare i propri talenti, ogni giorno.

Certo, non è semplice proprio perché la società attuale ci spinge ancora a cercare la sicurezza immediata anziché affrontare il rischio per una soddisfazione ritardata (e spesso maggiore).

Ogni imprenditore che si definisca tale – soprattutto se di prima generazione – ha dovuto affrontare prima o poi le resistenze opposte da chi gli stava intorno, magari proprio da chi gli voleva bene davvero:

“Ma chi te lo fa fare”, “lascia perdere che il sonno che perdi non te lo ridà nessuno”, “secondo me è impossibile”, “non lo aveva mai fatto nessuno prima”.

Cambiare il paradigma vuol dire:

– abbattere un muro culturale,

– evitare come la peste una comunicazione che tende spesso alla catastrofe (i TG sono ormai dei bollettini di guerra con in mezzo solo inutili liti politiche),

– vincere la paura verso ciò che ancora non si è esplorato,

– imparare che gli errori sono parte del processo,

– decidere che non bisogna mai arrendersi se si crede in ciò che si fa con tutto il cuore.

Cambiare il paradigma vuol dire aprire un dialogo interiore mente-cuore che crei una squadra affiatata: l’una non può nulla senza l’altro!

La mente concepisce e analizza, ma è solo con la passione che ottiene il risultato.

Si spiega così il lavoro di squadra di questi due elementi ormai imprescindibili.

Cambiare il paradigma vuol dire smettere di pensare “fassotutomi” (faccio tutto io), perché non voglio fidarmi di chi mi sta intorno, per esempio. 

Questo non è atteggiamento imprenditoriale.

Invece, TUTTI devono/dovrebbero sviluppare in se un vero atteggiamento imprenditoriale, indipendentemente dal tipo di lavoro svolto.

L’imprenditore responsabile ha una visione chiara e condivisa, ma anche il dipendente deve agire in modo responsabile, operando come se l’azienda fosse sua.

All’inizio degli anni 2000 è stato addirittura sviluppato un test che misura l’ATTITUDINE imprenditoriale di una persona, il T.A.I., ma in questo caso misura la propensione di una persona a diventare imprenditore.

Ma non è esattamente ciò che intendo.

Le due idee non sono da confondere: attitudine è propensione verso, inclinazione, predisposizione; atteggiamento è espressione di ciò che una persona è disposta a fare.

Personalmente credo che tutti possiamo assumere un atteggiamento imprenditoriale pur non avendo una propensione a diventare imprenditore.

E possiamo porci eticamente nei confronti del lavoro e della vita per fare in modo che si possa creare una società migliore.

Secondo il mio punto di vista, non si deve considerare solo la propensione a comportarsi da imprenditore, ma si deve andare molto più in la.

E non è una visione incantata della vita professionale, perché intendo proporre una definizione più precisa e molto concreta:

=> l’atteggiamento imprenditoriale rende la persona migliore, favorisce la crescita della società, riduce gli attriti inutili, migliora la competitività economica, livella verso l’alto il confronto e la partecipazione sociale.

Il coraggio di ogni giorno viene quindi dall’importanza che attribuisco a questo modo di essere (sviluppato con l’esperienza), considerando il valore di una scelta che richiede tanta forza etica.

Possiamo anche scegliere di non averne ed essere un “lavoratore dipendente”.

Lo rispetto se è una scelta consapevole e non si accompagna all’ipocrisia della “lagna”.

C’è chi il coraggio di ogni giorno lo ha innato, chi lo trova nel cammino, chi è “costretto” a trovarlo; molti rinunceranno.

Di solito, chi l’ha trovato è perché ha saputo sviluppare la corretta attitudine imprenditoriale.

Ma so già che sarà difficile, soprattutto in questa società del “poco, maledetto e subito”…

Riesci a intuire l’importanza di vivere ogni giorno con atteggiamento imprenditoriale?

Fammelo sapere nei commenti

Massimiliano

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2 pensieri su “Il coraggio di ogni giorno: avere atteggiamento imprenditoriale.

  1. Da ogni paragrafo sgorga una realtà fedele quanto ignorata, migliorare sé stessi e tutte le “proprie attività”.
    La tua esperienza aiuta a capire che spesso non si imbocca subito la strada giusta, diverse deviazioni ci costruiscono e solo quando arriviamo da qualche parte vediamo il percorso per intero. Forse la parte difficile di accettare quel tipo di atteggiamento deriva proprio dall’incapacità di avere chiaro che il percorso è obbligatorio.

    1. Grazie Alex per il tuo commento, l’ho apprezzato molto. In effetti il mio percorso, così poco lineare, è stato molto formativo: ho scelto di fare il Coach anche per aiutare le persone a capire che serve una VISIONE di principio che sia da guida… e per non commettere i miei stessi errori.

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